Il buio meno buio

 

È così trasparente! Eppure, ci sono delle cose, di lui, che non capisco. Quante cose non si capiscono nelle persone. Non importa. In qualche modo si fa. Il modo più comune è quello di lasciare andare la vita, come lo scorrere dell’acqua lungo un canale, modellarsi alla base senza resistenza e andare via, proseguire. Una parte di quell’acqua si perderà lungo il percorso, nell’andare, altri elementi si uniranno al volume, sassi, foglie, erbe, cambierà nella forma, si modificherà, magari nella sostanza, ma resterà acqua. Poi. Sorpresa! Ho scoperto che nel tempo, strada facendo, con la maturità, s’intuiscono tante cose che ci conducono a soluzioni inaspettate, quindi, meglio attendere. Questa sarebbe la metafora?! No. E che non puoi scegliere, non dipende da te, solo da te, e allora puoi solo fidarti dei sentimenti sinceri e del tempo. Capirò altro, strada facendo.

Il suo sorriso rassicurante, i suoi silenzi nell’osservarmi quando parlo, sono quelli gli elementi che compongono la malta che mi lega a lui.  Aspetto. L’attesa mi logora a volte. Penso. Vieni. Vieni e raccontami cos’hai! I suoi occhi, una dolcissima carezza al mio cuore, e così lui m’indica di seguirlo. Il tempo sembra dilatarsi. Camminiamo lungo il pendio della collina, abbassiamo la testa tra i rami. I nostri piedi si appesantiscono, la terra si è attaccata alle scarpe, il terreno è umido, ieri è piovuto. L’orizzonte è luminoso, limpido, si riesce a percepire ogni minimo dettaglio del paesaggio in lontananza, colline verdi, colline arancio, colline marroni e poi le case, piccole macchie bianche e grigie. Non si sente nessuna presenza umana oltre la nostra, la s’intuisce. Ci fermiamo, ci sediamo, piccoli insetti vagano intorno a noi, ci fanno compagnia. Ah! Come il mio spirito ringrazia per questa sosta sospesa nel tempo. Sono seduta accanto a lui, vorrei chinarmi sulla sua spalla e stringergli le mani. Ma no. Riesco a realizzare una bambolina di fango, come facevo con mia nonna. Panciuta, buffa. Una pallina la testa e una più grande il busto, due rotolini lunghi per le gambe, li tengo tra loro infilando all’interno dei bastoncini, che spezzo dai rami del ciliegio, le faccio anche una gonna di foglie e gli occhi con dei sassolini e i capelli, lunghi, con i fili d’erba. Mi guardi e sicuramente pensi, com’è tuo solito, che io sia la donna più bambina che tu conosca. Le mani si sono sporcate, vorrei toccarti il viso, come fa uno scultore che modella la sua creta, percepire sotto i miei polpastrelli, il mio palmo, la tua figura, e così sentirti totalmente cosa mia. Tu uscito da me. Rido. “Cosa c’è? Che pensi?” “Nulla. Si sta bene qui”. “Si! Possiamo stare ancora, abbiamo tempo”. Io no, ho fretta di te. Come siamo lontani dall’altra realtà qui! Mia madre continua a ripetermi che non crescerò mai. Si è arresa, poveretta. Ho sempre considerato il mio modo di fare, di essere, spontaneo. Lei invece l’ha da sempre trovato tipico solo della fanciullezza e a quarant’anni andati, io, non sarei proprio una ragazza. Per chi ha il cuore malato come me, non ci sono speranze di crescere mai, e poi perché. Non voglio perdere questa nostalgica, malinconica energia dell’amare l’amore. Le foglie non sono bagnate, sanno di fresco e di pulito, c’è un bel sole che le ha asciugate, quelle al suolo si attaccano alla terra delle scarpe. A tratti, andiamo su a fatica. I nostri piedi sembrano pezzi di torta al cioccolato, farcita e decorata. “Camminiamo come se ai piedi avessimo dei Pan di Spagna al posto delle scarpe”. Ridi per questa mia osservazione. Che situazione insolita per noi. “Aspetta! Non andare! Non lasciarmi indietro”. Quest’uomo sicuro ha un’andatura decisa. Faccio fatica a stargli accanto. “Su! Dai! Fai la vecchietta?” “ Io? No!”

Generalmente, siamo omini di città, che si vedono sempre in spazi racchiusi da almeno quattro fiancate. Dove qualsiasi gesto, anche il più libero, è controllato da un fare che segue le regole del gioco prospettato in uno spazio pubblico. La forma. Il bar, il ristorante, il luogo pubblico istituzionale, la macchina nel traffico, portano con se al disorientamento del gesto spontaneo. Il blocco. Quando sei in una situazione specialmente tua, il tuo istinto ti porta a innalzare delle metaforiche barriere. E come se tu ti dovessi proteggere.  Con te, io mi devo proteggere. Ora, qui, comunque, in questo luogo infinitamente aperto, libero agli sguardi, alle voci, e come se sembrassimo più veri. E. Siamo a contatto con una realtà ancora più privatamente nostra. I rami degli alberi, gli stessi, sfiorano la mia testa, la mia spalla ed anche la sua, muovendoci sul terreno sconnesso, in alcuni momenti involontariamente, i nostri corpi si trovano a toccare, questa intimità improvvisa ma attesa, rende i nostri sguardi complici della condizione. Le ciliegie, sopra di noi, fanno dei luccichii, brillano. Sembrano finte.  Gli dico che immagino questo posto, la notte, con tanti gnomi divertiti a decorare gli alberi come fossero abeti a Natale e che li vedo che saltellano di qua e di là per la collina. Tu no? Guarda! Qualcuno si nasconde dietro l’albero laggiù. Ride! Di un riso tenero, di un riso che viene dal cuore. Vorrei dirgli tante cose, so già che lui tante cose le intuisce. Vorrei dirgli di come il solo pensiero di lui riesca ad alleggerire la mia mente da tante idee che la appesantiscono.  Il mio cervello, ascoltando il suo dire, si ossigena e permette alla pelle del mio volto di essere distesa. Insistentemente, oggi, continuo a chiedermi quanto tempo durerà quest’attesa. Mi dirai che è finita, la soluzione me la evidenzierai con il garbo che ti distingue.

Quando nota la mia distrazione, il mio perdermi tra tanti pensieri, con fermezza mi riconduce a concentrare la mia attenzione su di lui. Cerca il mio sguardo. Lo fissa. Ricomincia a parlare a fare domande. Nulla è meno importante per lui. Si può disquisire di qualsiasi argomento.

L’odore nell’aria è vigoroso, saturo dei profumi della campagna, della vegetazione, della terra. Oggi hanno intensità maggiore. Non è perché è piovuto. Sono i miei sensi, si legano a questo posto, a questa luce che passa attraverso i rami, e assorbono tutto quello che lo compone. Procediamo. Seguo i suoi discorsi, ha sempre mille cose da raccontarmi. E. Come se ci fosse un’altra me, riesco ad ascoltarlo e rispondere al suo dire. Ridiamo insieme. Invece l’altra continua ad avere il suo pensiero altrove.

Se mi fosse chiesto di descrivere le caratteristiche della struttura mentale dell’uomo ideale, elencherei tutto quello che di lui è entrato in me. Aiutandomi a guarire dal malumore. Dimmi che è l’ora. Trovo il coraggio. “Perché non ora”, gli chiedo. Si giustifica dicendo che deve stare fermo. Fermo?!… non capisco, non faccio mai mille domande. La fiducia che ripongo in lui mi porta a questo. Se mi chiedesse, tenendomi per mano, di saltare un fosso profondo, buio, con lui lo farei. Ho paura del vuoto! Meno del buio. La forza, l’energia che sento scorrere dentro le sue vene sono un’ancora di salvezza. Anche il buio è meno buio quando mi sta vicino.

Questa maledetta attesa! Io ho fretta di vivere. Assaporo, custodisco, ogni piccolo attimo che passo con lui, riesco concentrandomi, ad aumentare il valore di quei momenti. Anche il sapore di queste ciliegie è speciale. Me le pone. Hanno il calore della sua pelle. Le porto alle mie labbra e con un turbamento impercettibile mi sembra di sentire il suo odore. Riesco a gustarle intensamente, mi appagano come la sazietà che si sviluppa dopo un lungo banchetto. “Dai! È ora. Andiamo”.

Adina Pugliese

Un suggerimento. Piccole tracce. E. Come l’evoluzione dell’idea si è sviluppata, si manifesta davanti a noi. Lasciandoci stupiti?! Lasciandoci indifferenti?! Lasciandoci un’emozione! Altra. Rispetto alla normale visione del mondo. Altra. Rispetto alla quotidiana visione. Altra. Rispetto alla logica.

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