L’ARTE E’ UTILE. Comunque bella

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Questo testo nasce per raccontare la storia di come chiunque – pur vivendo in un posto normale, apparentemente mediocre dal punto di vista culturale-artistico – possa sviluppare il proprio percorso creativo e pensare all’arte contemporanea intravedendone un fine utile, ad esempio come risoluzione per il rilancio del territorio.

Nasce, inoltre, per dire orgogliosamente al mondo che è possibile sopravvivere a quel posto così apparentemente mediocre e che addirittura, da quel posto mediocre, si può acquisire conoscenza e scovare potenzialità inespresse e infinito amor proprio.

Magari vi starete domandando se le pagine che seguono trattano di arte contemporanea, o se state per sfogliare uno di quei tanti testi artistici che, oltre a raccontare la storia dell’arte universale, tracciano il profilo degli artisti più noti, o riporta alla luce quelli poco conosciuti.

Niente di tutto ciò.

Le pagine di questo libro rappresentano il risultato dell’esperienza e lo sforzo di voler mettere nero su bianco un processo di “addestramento” che, a conclusione, consente di cambiare il tradizionale punto di vista che si ha nei confronti dell’arte, di tutta l’arte.

Seppur non semplice per un artista l’esercizio della descrizione, della scrittura, della narrazione, ho avvertito come necessario racchiudere la mia consapevolezza di vita e di arte  in una nuova forma espositiva – contenuta, contenibile – nonché di facile accesso, che permettesse il confronto tra il reale e l’immaginario.  E, seguendo  l’insegnamento di coloro che prima di me hanno concretizzato i concetti dell’evoluzione dell’arte, provo a raccontarvi questa esperienza partecipata.

Lo stesso Picasso affermava che «se l’artista modifica i suoi mezzi d’espressione, questo non significa che egli abbia cambiato il suo stato d’animo. Tutti hanno il diritto di cambiare, anche i pittori».

Ragion per cui, è stato indispensabile compiere un cammino a ritroso, ripercorrere gli stadi di crescita della mia vita artistica e prendere appunti, elaborare, compilare, riempire gli spazi vuoti e spiegare per spiegarmi.

Dunque, ho provato a mutare segni e pensieri delle mie opere in parole; a convertire colori e pennellate in verbi strutturando frasi; a completare ogni sfumatura usando la punteggiatura.

Riscrivere l’immagine per trasmetterne ad ognuno il senso, e far sì che la percezione si presenti “utile”.

Percorreremo insieme  un ragionamento sulla conoscenza,  più o meno approfondita, del contemporaneo, che si concluderà con una precisa azione di arte utile.

Non è importante scoprire come va a finire la storia, non c’è un assassino da scoprire e nemmeno garantisco che alla fine “vivranno tutti felici e contenti”. Non lo so! Questo non lo so. Ma so che le pagine che seguiranno, tracceranno una guida per vedere pur non vedendo: una metafora della cecità, uno dei tanti usi dell’arte. Così ognuno, accostandosi alla lettura, ne potrà facilmente trarre le proprie individuali risposte. La mia vuole essere solo una possibilità espressa di condurre al pensiero che guardare oltre il visibile delle cose dà nuove possibilità di conoscenza, permettendo l’input all’immaginario; fermo restando che solo ripartendo dalla propria storia può scaturire il futuro.

E per fare questo ho scelto di lavorare sui concetti della public art, arte sociale, arte relazionale.

 

Cosa mi piace? Mi piace pensare che esistano realtà come il MAPP Museo d’Arte Paolo Pini (ex Ospedale Psichiatrico Paolo Pini di Milano), che da tempo operano su tale spirito con efficacia, con sviluppi propri e che, inevitabilmente, mettono al confronto chiunque si trovi a contatto con loro; perché dall’incontro di azioni, che hanno come obiettivo l’abbattimento di barriere culturali, ne scaturisce inevitabilmente una diversa visione della realtà e la possibilità di osservare certe condizioni da un differente punto di vista.

Ad esempio, dal 1993, nei laboratori delle Botteghe d’Arte, si assiste alla realizzazione di opere “a quattro mani”: due mani sono dell’artista e le altre due del paziente. Le opere prodotte, in collaborazione con l’ospedale Niguarda, entrano ad esporre al MiArt.

Nel 2013 è stato presentato il progetto “Io SuOno”, a cura di Liliana Moro: «il suono come elemento di espressione di noi stessi e dell’ambiente che ci circonda». Installazioni sonore, in cui l’estro espressivo, normalmente concepito nell’uso tecnico di colori e tele, è stato sostituito da un registratore e da un’audiocassetta.

 

Cosa mi dispiace? Mi dispiace imbattermi nelle persone che offrono consenso senza senso.  Soggetti per certi versi simili all’uomo d’affari descritto da Antoine de Saint-Exupéry nel racconto Il Piccolo Principe. Sì, proprio lui,  l’uomo d’affari, sempre occupato a fare i conti, l’uomo serio che amministra le stelle. Conta e riconta le stelle, ne scrive il numero su un foglietto e poi lo chiude in un cassetto. E il Piccolo Principe lì a chiedersi a cosa serve il lavoro dell’uomo d’affari, di chi amministra e non ha niente da amministrare.

Il tipo del consenso senza senso non capisce appieno, di preciso, di cosa parlo, quando gli espongo le mie proposte d’intervento, quando gli spiego cosa voglio realizzare con l’arte: troppo impegnato a contare e ricontare le stelle? Bah!

Ho provato a confrontarmi con le teste portanti, coloro che conducono le regole della società, ma essi a volte ragionano al contrario della visione che propongo, elargendo delle continue, apparenti, cortesi attenzioni, che nascondono indifferenza. Spesso si tratta di ignoranza verso la cultura, verso l’arte in genere perché – purtroppo per loro! – non la conoscono se non superficialmente. E non sapendo come o quale posizione di giudizio prendere, ci insegnano ad aggirare l’ostacolo, eludendo le domande con discreti complimenti o cenni di consensi senza senso.

Giri a vuoto? Perditempo? Non importa, io persevero!

Sono cosciente d’avere una capacità ostinata e trascinante. Del resto, solo credendo in ciò che si propone, si può avvincere gli altri, senza ammaliarli, ma con semplificate concretezze: ponendo l’ostacolo a misura d’uomo, lo rendiamo sormontabile.

A tal proposito risulta esemplare l’opera denominata Jump, un lavoro di Eva Marisaldi: “Una serie di ostacoli scultura (o meglio, scheletri di sculture, come preferisce nominarli l’artista) da gara di equitazione si sussegue e si alterna nel fragile equilibrio dello stupore e della leggerezza: ricchissimo repertorio di forme e di materiali, giocosi e divertenti, che per invenzione e per ricchezza di risonanze linguistiche evoca un fraseggio di rivisitazioni dalle possibilità allusive illimitate.” (Roberto Daolio).

E così, l’arte stessa m’incoraggia a continuare

con la prefazione di Cecilia Casorati. Meta edizioni. 2015

 

Adina Pugliese

Un suggerimento. Piccole tracce. E. Come l’evoluzione dell’idea si è sviluppata, si manifesta davanti a noi. Lasciandoci stupiti?! Lasciandoci indifferenti?! Lasciandoci un’emozione! Altra. Rispetto alla normale visione del mondo. Altra. Rispetto alla quotidiana visione. Altra. Rispetto alla logica.

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